Le protesi per l’ernia ora si ‘incollano’

3rd May 2016 by
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Fissare le protesi per curare l’ernia con speciali «colle biologiche» invece che con punti metallici. E’ l’innovazione proposta da Antonio Darecchio, medico parmigiano, dottorando di ricerca all’Università di Parma in Scienze chirurgiche sulla terapia mininvasiva delle ernie e chirurgo alla «Città di Parma». Darecchio (figlio ed erede di una generazione di inventori: il papà ingegnere aveva brevettato un sistema industriale di lavorazione del pomodoro) ha messo a punto una tecnica laparoscopica che, sostiene, tratta l’ernia in modo meno invasivo e doloroso, e con tempi di recupero più rapidi. La tecnica ha ottenuto il certificato di brevetto a livello internazionale (PCT) e si basa sull’uso di uno strumento chirurgico monouso e a basso costo.

«Questo strumento – spiega Darecchio – intrappola il gas CO2 normalmente utilizzato in laparoscopia all’interno di un pallone sottile e trasparente in materiale plastico. La camera gonfiabile a bassa pressione che si crea occupa tutta la cavità addominale. Il pallone assume la forma della cavità addominale entro la quale si gonfia ed in questo modo fa aderire la protesi al peritoneo parietale in modo totale e perfetto. All’interno della camera gonfiabile si ha la piena visuale utilizzando la comune ottica laparoscopica. Sul lato viscerale invece l’intestino è schermato e protetto dal pallone ed anche su questo versante è possibile osservare tutto attraverso la telecamera».

A questo punto, continua il chirurgo, «grazie all’adesione della protesi alla parete addominale, si può con piena efficienza fissare la protesi alla parete addominale attraversi gli adesivi chirurgici, veicolati attraverso piccole cannule flessibili studiate ad hoc. Gli adesivi manterranno la protesi in sede fino alla sua integrazione nei tessuti del paziente e verranno poi degradati dalle cellule immunitarie. In questo modo non è più necessario utilizzare delle spirali metalliche per fissare le protesi».

Lo strumento per questa tecnica è stato brevettato dal chirurgo parmigiano e viene prodotto a Viadana dall’azienda Domed. «Fino ad oggi – dice Darecchio – nonostante i progressi tecnologici, le complicazioni postoperatorie sono state tante: il taglio utilizzato in chirurgia tradizionale è molto invasivo. I chiodini, le spirali metalliche e i punti di sutura usati per fissare la retina sono dei corpi estranei che il nostro organismo a lungo andare può rifiutare, il dolore può diventare cronico e la convalescenza lunga. Attraverso il mio strumento, brevettato a livello mondiale, riesco a praticare un’incisione di soli 12 millimetri e a far aderire la retina fissandola alla parete addominale senza punti metallici e i miei pazienti hanno la possibilità di tornare in piena forma in due-tre giorni».

 

Monica Tiezzi – Gazzetta di Parma

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